Tre buoni consigli per adulti che studiano

Questo articolo è adattato dall’originale: Three new tips for adult learners

Fissare obiettivi, propositi e desideri per il nuovo anno è un’abitudine vecchia come il cucco, nonché’ solitamente inutile.

L’idea è che cominciamo un nuovo ciclo aggiungendo un’unità al conteggio degli anni in una tempistica di dodici mesi, di solito optando per obiettivi che sono o troppo ambiziosi, o troppo generici.

Ovviamente, questo si applica anche alle esperienze di studio e apprendimento. Motivati dall’aria positiva dei festeggiamenti, o frustrati perché’ non abbiamo realizzato quanto ripromessoci, inquadriamo le nostre energie in nuovi obiettivi.

È questo quel periodo in cui decidiamo di cominciare un corso di programmazione o lezioni di lingua straniera, sentendo che questa volta le cose andranno diversamente.

Il filosofo Nietzsche formulò a suo modo la “teoria dell’eterno ritorno”, per la quale un corso di eventi giunto al suo termine è ciclico, e si ripete per un numero indefinito di volte.

Ebbene, i buoni propositi per l’anno nuovo siano un’incarnazione tangibile di questa teoria. Potremmo anche finire un corso, o addirittura iniziare a far pratica di una nuova lingua, ma probabilmente il prossimo dicembre non avremo fatto molta strada sul nostro tragitto (aggiungo, ancora una volta).

La cosa è che la motivazione è un buon punto di partenza, perché produce il nostro primo salto aventi verso cose nuove; ma è frutto delle emozioni, e come tutto ciò che è emotivo, non mantiene la stessa intensità a lungo andare. Noi dipendiamo troppo dai nostri fattori motivazionali per trovare uno scopo consistente; così quando il nostro piacere comincia a diminuire, lasciamo quasi sicuramente perdere il nostro “viaggio” di apprendimento.

Essendomi scontrato più e più volte con le stesse problematiche, un bel giorno ho deciso di rompere questo ciclo di incompletezza.

Delle tante cose che mi hanno aiutato a rimanere in corsa, ne ho selezionato tre tra le più importanti. Spero cosi di condividere ciò che può essere un buon punto di partenza per il lettore al fine di rompere questo odioso circolo vizioso.

Chiedi a te stesso: “a che scopo?”

Effettivamente, la motivazione è il tuo peggior nemico mascherato da amico. All’inizio, ti fa sentire quest’incredibile ondata di energia e positività, quasi come le endorfine. Dopo averti abbandonato però, puoi solo contare su te stesso, ma privato di questo originale sprint energetico.

Se da un lato i fattori motivazionali letteralmente ti spingono in avanti, sta a te assicurare che essa non sia una falsa partenza, governando questi impulsi e canalizzandoli in una pianificazione minima.

Voglio porre l’enfasi sul “minimo”, perché pianificare troppo può derubarti di scintilla di buona volontà. Al contrario, mantenendo le cose semplici e considerando il nostro piano come una sorta di “validazione” anziché una struttura fissa, vedremo quanto davvero siamo risoluti.

E la risposta più semplice che dovremmo trovare ha a che fare con lo scopo che tiene accesa la fiamma del nostro desiderio di apprendimento.

“A che scopo voglio imparare il portoghese?” è una domanda che echeggia finalità. È diverso dal chiedersi il perché, visto che restringe il campo delle risposte a quelle sull’utilità del nostro oggetto di interesse. Di conseguenza, ci porta a pensare se faremo uso di qualcosa per cui abbiamo intenzione di investire tempo, energia e denaro.

Tutto il resto (perché è figo; perché mi piace come suona; eccetera) viene dopo, come contorno; ma prima, bisogna che focalizziamo sul significato di questo nostro futuro investimento.

Le cose possono sempre andare diversamente, e questo è il motivo per cui piani di studio troppo dettagliati non funzionano per molti. Quando ho deciso di imparare il portoghese, è stato per fare una sorpresa alla mia altra metà durante il nostro primo viaggio a Lisbona, in modo da poter comunicare senza problemi e nervi con gli abitanti del posto.

Una volta sul posto, è poi emerso che la maggior parte della gente in realtà è in grado di parlare inglese. Così, il mio scopo è andato a farsi benedire. Tuttavia, la mia fidanzata ha comunque apprezzato il gesto, e adesso sono sufficientemente fluente in un’altra lingua. Fluente abbastanza da poter studiare un corso su Udemy che è solamente disponibile in portoghese, senza sottotitoli in altre lingue.

Sono addirittura in grado di leggere le poesie di Fernando Pessoa in lingua originale e tradurle con l’aiutino del vocabolario. Nulla è per nulla!

A questo punto, chiunque ti direbbe di definire uno SMART goal, ovvero uno che sia specifico, misurabile, raggiungibile, rilevante e con scadenza. Di certo questa è una grande idea che ti permetterà di allocare ritagli di tempo nel tuo quotidiano per procedere con il tuo studio in maniera sostenibile.

Tuttavia, avere chiarezza sullo scopo e ripetercelo ogni giorno, come se fosse un mantra, è ancora più importante per tenerti in gioco fino alla fine.

Aspettati delle difficoltà

Il processo di apprendimento può essere rappresentato disegnando una curva, la quale sta ad indicare la relazione che intercorre tra:

  •  il nostro livello di conoscenza e competenza
  • con il livello di difficoltà richiesto da un compito, o complessità dell’informazione.
Curva di apprendimento: rappresentazione semplificata

Pur avendo un certo grado di controllo sul nostro grado di competenza, è importante tenere a mente che tanto più profondo, tecnico, specifico è il sapere di cui abbiamo bisogno, più impegnativo diventa il processo di crescita.

Dopotutto, il sapere e le abilità di base ci fanno provare piacere perché ci forniscono immediata verifica e feedback. Un esempio è quando impariamo a presentarci in un’altra lingua, quando familiarizziamo con i principi di una nuova disciplina, o quando siamo in grado di scrivere il nostro primo piccolo programma.

In questa fase siamo inebriati dalla facilità con cui impariamo, sentendo di essere più talentuosi di quanto non speravamo, e ci convinciamo di aver capito tutto. Questa è ciò che si chiama incompetenza inconscia: non sappiamo di non sapere.

A un certo punto però arriva il momento in cui la curva di apprendimento diventa troppo ripida. Di colpo, non stiamo più migliorando. Cominciamo a perdere le speranze, poiché’ realizziamo quanto poco competenti siamo e quanto ancora siamo lontani dall’essere davvero abili e fluenti. Ecco l’incompetenza conscia: adesso sappiamo di non sapere.

Ora, molte persone affrontano questo momento con l’abbandono, a dispetto delle loro buone intenzioni. Sperimentiamo una frustrazione opprimente, ci sentiamo bloccati e incapaci di andare avanti.

Ciò che oggi per me è diventato ovvio (ma per molto tempo non lo è stato) è che diversificare le nostre risorse è solitamente la prima e probabilmente migliore opzione che abbiamo.

Ci sono molti modi di imparare, quindi non dobbiamo affidarci solamente ad un mezzo, che esso sia un libro di testo, una lezione settimanale o un corso online acquistato in sconto su Udemy.

In primo luogo, fonti variegate e di tipo diverso ci presentano le stesse informazioni in modo alternativo, offrendoci inoltre diversi dettagli e prospettive.

Secondo, un’esperienza di apprendimento diversificata è meno noiosa. Avere più modi di interagire con la conoscenza (visiva e uditiva; teorica e pratica; fisica e digitale) stimola le diverse funzioni della nostra memoria, assicurandone una “cooperazione” finalizzata ad incorporare le competenze. Come disse Bruce Lee: “nessuna via come via”.

Quando iniziai a studiare Python e Data Science, realizzai in fretta di dover alternare sessioni dedicate alla riflessione a quelle di programmazione pura, il tutto proseguendo con i miei corsi online. Non si può programmare qualcosa senza sapere cosa, e non si può passare a scrivere algoritmi senza sapere come essi funzionino.

E dunque, ho dovuto rivedere la mia intera esperienza di apprendimento, immaginandola come una composizione di diverse piccole unità, ognuna con un obiettivo differente, che in qualche modo connettevano ad uno o più livelli.

Iterare su ciò che ho imparato con crescente profondità ha favorito la mia padronanza delle informazioni e abilità che desideravo ottenere. Qualità e diversità di risorse più che quantità. Il sapere ha poi cominciato a perdere quel senso di staticità, cominciando a prendere vita, diventando mutevole. E così, è diventato più semplice per me utilizzarlo in certi momenti, richiedendo uno studio più complesso in altri.

Impara anche come imparare

Soprattutto a partire dalla mia generazione è diffusa quest’abitudine di correre in cose nuove, come se fosse una gara. Ovviamente, questo riguarda anche il modo in cui ci poniamo verso lo studio, e influenza il modo in cui impariamo le cose.

Ad esempio, molti hanno premura di finire un corso o un percorso, soprattutto se questi fanno parte di esperienze eLearning o gamificate.

Queste ultime sono particolarmente attrattive. Per gamificazione (dall’inglese “game”) si intende l’applicazione di elementi ludici in diversi tipi di attività. Esse includono sistemi di premio, che consentono all’utente di salire di livello in funzione di test istantanei e punteggi globali in modo da riflettere un certo grado di competenza.

L’esperienza gamificata è progettata per rendere l’utente consapevolmente responsabile per ogni piccolo passo avanti, tenendo alta la sua motivazione. Ma c’è un problema, ed è totalmente umano: la nostra attenzione si sposta dall’oggetto di studio al desiderio di vincere il gioco. E poiché finiamo per focalizzarci soprattutto su quello, distogliamo lo sguardo da ciò che conta davvero: impadronirci delle abilità che abbiamo disperatamente cercato.

Per nostra fortuna, possiamo creare la nostra esperienza gamificata alternativa, che è però progettata con l’intento di acquisire e conservare informazioni e competenze in modo permanente.

Ciò di cui parlo sono tecniche di apprendimento molto antiche la cui efficacia è sopravvissuta per millenni, e che grazie alla scienza e alle moderne metodologie di insegnamento hanno riacquistato un certo seguito.

Tuttavia, è probabile che tu non le abbia mai provate in vita tua, o che non ne abbia sentito parlare prima d’ora. È un peccato, specie se consideriamo il fatto che, volessero i sistemi scolastici abbracciarle e promuoverle, molti studenti in difficoltà e futuri professionisti sarebbero in grado di far meglio, sia nello studio che nella vita in generale.

Mi accingo a farne una lista, ma sta a te esplorarle: dual coding, KAVE COGS, metodo fonetico Major, sistema PAO, mappe mentali e metodo dei loci. Ad oggi io le uso tutte: ho cominciato con una, e gradualmente sviluppato le altre con pratica regolare.

Dicevo prima che queste tecniche funzionano come una sorta di esperienza ludica, e questo è per via della mia personale interpretazione a proposito. Le considero come delle partite a giocatore singolo anziché’ meri strumenti.

Anzi, esse sono universali, dal momento che pur cambiando ciò che vogliamo imparare non riduce la loro efficacia. Al contrario, possono essere regolate e messe a punto in funzione dei nostri bisogni. E potrebbero non prevedere più di cinque-dieci minuti di pratica al giorno.

Il punto è che ognuna di queste tecniche può influenzare enormemente la nostra esperienza, nonché capacità di apprendimento: ad esempio, permettendoci di leggere le cose una volta sola senza bisogno di ritornarci, o di memorizzare da due a dieci volte più vocaboli del solito.

Infine, sono anche un modo di perfezionare la nostra attenzione e concentrazione. Tutto ciò ci ritorna molto più che solo motivazione, il tutto godendo di un processo altamente creativo che rende qualsiasi cosa più attraente e colorata.

Sono consapevole che, trattandosi di qualcosa di nuovo, queste tecniche possono sembrare un carico addizionale. Uno studio sopra lo studio! Ma credetemi, non lo è.

Post Scriptum

Leggendo questo articolo spero di averti offerto più che un incoraggiamento a continuare a imparare.

Se hai intenzione di provare alcune delle cose di cui ho scritto sopra ma non sai dove iniziare, fammelo sapere: possiamo parlarne insieme, senza costi, per un’ora e mezza.

Se hai problemi a mettere insieme un piano di studio;

se non hai ben chiaro il tuo scopo;

se sei bloccato da qualche argomento tosto;

se vuoi imparare qualche nuova (seppur antica) tecnica di apprendimento

allora sei nel posto giusto, perché’ posso aiutarti a cambiare consistentemente il modo in cui apprendi… in meglio. Ti basterà compilare il modulo sottostante!

Published by Andrea Paviglianiti

I practice coaching, I love reading, and I work as a data scientist. I also recharge my batteries with meditation, martial arts, and video games. I perform career and skills coaching – thus I define myself as a “cognitive” coach: I help people improve their learning experience to succeed where they want. My method is based on behavioral analysis, psychology of learning, philosophy of dialogue, and classic literature. I write about how to get better at learning, the best books I read, and my personal philosophy of coaching. And I will not lie to you – I can get verbose at times! I’d be happy if you stick around and read more of what I have to share!

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